LIBERALMENTE CORRETTO – Francesco non ha cambiato i pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa
Per quanto “rivoluzionario” possa essere stato, più d’immagine che di sostanza, più nella rappresentazione mediatica che nel contenuto teologico del suo Magistero, Papa Francesco non voleva e non poteva modificare i pilastri della Dottrina Sociale della Chiesa. Le due encicliche, Fratelli tutti e Laudato sì, adottano un linguaggio rinnovato, con accenti per certi versi inediti, ma non destabilizzano le linee guida della DSC. Il punto nodale, sul quale da sempre verte il dibattito in seno alla Chiesa, riguarda la relazione tra la proprietà privata e la destinazione universale dei beni. Entrambi i principi sono basilari e irrinunciabili, espressione diretta dell’insegnamento di Cristo.

Si potrebbero annoverare tra i principi “non negoziabili”, se ciò non rischiasse di mettere in ombra la necessità ineludibile di una loro compensazione, la quale comporta ovviamente la possibilità di un parziale sacrificio dell’uno o dell’altro. I due principi devono coesistere e la ricerca di una loro compatibilità è il problema più grande. Ebbene, proprio per coesistere, la “destinazione” non può essere intesa come “proprietà”, altrimenti l’universalità si rivela incompatibile con la privatezza. Il problema diventa allora quello di individuare il migliore assetto ordinamentale, che possa estendere il più possibile la proprietà privata dei consociati. E dunque Il fine da raggiungere è sintetizzato dallo slogan “non tutti proletari, ma tutti proprietari”, in contrapposto alla dottrina marxista.
Al contempo, se la destinazione non può essere intesa come proprietà, deve essere intesa inevitabilmente come godimento, uso, vantaggio. Ciascuno deve poter trarre vantaggio, anche indiretto e riflesso, dalla proprietà privata, sua ma anche altrui, e in questo vantaggio di tutti e di ciascuno viene a risiedere la destinazione universale dei beni; s’intende quella imperfetta e possibile su questa terra, non quella assoluta del mondo dei concetti.

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